Routine

Stavo chiudendo il rubinetto della cucina e mentre l’acqua ha iniziato a sgocciolare mi é rimbalzata addosso questa idea, insieme a una delle gocce che sono cadute sulla superficie di marmo.

Le differenze culturali, più che arricchirci, ci espandono.
Perché spesso fanno crollare quei racconti che ci tengono dentro al film, il film che a volte ci improgiona in modelli che non ci riguardano e soprattutto non ci permettono di vivere a fondo la vita. Queste differenze molto spesso scardinano la nostra routine.
Così arriva una domanda: la routine é bene o male?

Ho un bimbo di 11 mesi e da quando é nato mi faccio questa domanda ogni giorno, spesso più volte al giorno.

Ho paura di sbagliare. Ho paura che se da grande avrà difficoltà da superare causate da una mancanza o un eccesso di routine sarò stata io a creargliele.

Eppure proprio ora mentre scrivo mi rendo conto che io senza le difficoltà e piccoli traumi non sarei potuta essere io e non avrei avuto l’occasione di crescere, di scoprire, di accogliere..Quando ero più giovane ho spesso creduto che alcune persone mi abbiano reso la strada più difficile. Non é così. Mi hanno regalato l’occasione di una vita meravigliosa e di espandermi oltre a dei confini. Quando mi accorgo di questo un peso si scioglie, tra la gola e il cuore.

Ogni giorno osservo quante diversità di abitudini ci sono tra me e il mio compagno, che non é italiano. Queste diversità fanno si che avere una routine sia praticamente impossibile. E a volte mi é pesato.

Eppure ora inizio ad osservare che forse il segreto è proprio nascosto lì: fuori dalla routine. Fuori da qualcosa che funziona e quindi va ripetuto.

La vita non è ripetizione.
Forse un bambino non ha bisogno di routine per imparare a vivere su questa terra.
E il senso di colpa che si insinua e mi insinuano tutti quelli che credono il contrario tutto sommato mi fa pensare che questa nuova strada sia quella giusta.

Se do ascolto al mio sentire il messaggio che arriva è che i bambini di questo momento storico non sono chiamati ad adattarsi bene ad un sistema esistente e creare lì dentro la loro “vita felice”: sono qui per creare nuovi sistemi, per essere creatori consapevoli della propria realtà.

Mi fermo un attimo e su un respiro mi accorgo che non è più così importante l’idea che Lorenzo impari delle regole e a quelle si adatti. Credo sia più importante che comprenda la Potenza della regola, soprattutto quando questa regola ti entra dentro così in profondità che non riesci neanche più a metterla in discussione.

È più importante dare a mio figlio dei limiti per insegnargli che i limiti possono essere superati.
Onorare le sue lacrime perché sono la porta per la vera trasformazione.
Ridere con Lui e lasciare che le nostre energie vibrino di gioia profonda insieme.
Rispettare i suoi tempi, permettendogli di riposare quando è stanco e di mangiare quando ha fame.

E la sfida ancora più grande è fare lo stesso con me stessa. Rispettarmi.
Insegnare a mio figlio l’amore, insegnarlo nel vero senso della parola, vivendo nell’amore e lasciando che da questo lui possa imparare.

Tutto sommato credo che la routine nasca principalmente da una paura di perdere il controllo su di noi, su ciò che ci circonda, su chi ci sta accanto.
E, forse, la routine è spesso più importante e rassicurante per noi genitori che per i nostri figli.

Di quel giorno che mi sono chiesta se ero realizzata.

Sono seduta in libreria, sorseggio un caffè americano.
Cerco le parole, forse l’ispirazione. Non arriva. Mi sembra di continuare a sforzarmi per far arrivare delle parole che ora semplicemente non sono li.

Vorrei scrivere di realizzazione e appena penso a come iniziare c’è un senso di ovattamento alla testa e non arriva nulla.

Lascio cadere le braccia di lato, lascio libera la tastiera. Guardo alla mia destra e lì, appoggiato su uno scaffale, c’è Robbie Williams che mi guarda. Sembra compiaciuto, sorridente, un po’ stanco. Di fianco alla sua bocca una scritta, stampata in color oro: Reveal.

Rivelare. Rivelazione.

Mi viene un brivido quando pronuncio mentalmente questa parola. Che questa parola abbia qualcosa a che fare proprio con la realizzazione?

Mi sorge l’idea che magari ciò che siamo abituati a chiamare realizzazione sia semplicemente un rivelarsi, una rivelazione di noi stessi al mondo.
Una persona che ho incontrato di recente sul mio cammino mi ha ricordato ancora una volta che nella semplicità c’è la via verso ciò che stiamo cercando. Qualsiasi cosa sia e in qualsiasi modo la stiamo chiamando.

Ho passato anni a chiedermi come mi sarei potuta realizzare. Cosa intendevo con questa parola?

Intendevo arrivare ad un punto in cui potevo sentirmi piena, utile, parte attiva del mondo e che il fatto di esserci facesse una differenza.

Ho “lottato”, più o meno felicemente, cercando di fare a tutti i costi qualcosa che mi facesse sentire così, realizzata.
Per poi iniziare ad accorgermi che quella che chiamavo realizzazione era uno stato d’essere scollegato dal fare o, comunque, non sua conseguenza ma al massimo suo presupposto.

Sentirci realizzati, sentire che la nostra presenza nel mondo è sacra non ha nulla a che vedere con il fare.
E forse è proprio come mi suggerisce quel Reveal oro lucido di fianco alla bocca di Robbie..sentirci realizzati è una conseguenza del rivelarci al mondo. Rivelarci senza maschere che non ci appartengono. Entrare in quello spazio di sentirsi pieni, e ricchi, e felici e innamorati..e tutte le parole che possiamo immaginare e che spesso mettiamo tra i nostri obiettivi personali e professionali invece che metterli al punto di partenza.

Ho smesso di fare coaching proprio perché stonavo con questa idea che ci sia qualcosa da raggiungere e che ci sia qualcuno che ti può aiutare a farlo più in fretta e più facilmente (o quantomeno consapevolmente).

Non c’è niente da realizzare. Nulla da raggiungere.
O meglio, forse una cosa sì.
Noi.
Se ci ripenso in questa ottica la parola “Realizzarsi” prende un nuovo senso..realizzare se stessi nel senso di riconoscersi.

È fondamentale ed rgente che iniziamo ad accorgerci che non c’è nessun momento migliore di ora, proprio questo istante, questo respiro, per iniziare a farlo.

E non vuole dire usare un make-up di felicità e Peace&Love per mascherare un sentire che magari chiameremmo tristezza o paura.

Questo è ciò che non possiamo più rimandare, riconoscere ciò che c’è qui adesso e che vuole essere visto: rabbia, tristezza, paura, felicità, imbarazzo, vergogna, serenità, piacere …
La realizzazione passa semplicemente per l’insieme di questi momenti in cui scegliamo di essere veri, con amore.

Da dove si parte allora?
Dalla cosa più semplice e fruibile che abbiamo per esempio.
Dal respiro.
Facendo un respiro lento e pieno e ascoltando il miracolo che c’è dentro a quel respiro.
É che la magia é nascosta in queste cose che sembrano piccole che per questo sottovalutiamo. Così stiamo alla ricerca alle grandi imprese e ci dimentichiamo il potere che c’è nei gesti semplici. Perché la vita inizia da lì.

La mente può continuare a lottare per trovare il senso in grandi imprese ma prima o poi sarà costretta ad arrendersi.
Siamo noi a scegliere quando.

In ritardo per arrivare qui

A volte ho paura di essere in ritardo. Non é una paura specifica, é piú una sensazione che riguarda uno stato esistenziale. Essere in ritardo..ma per arrivare dove?

Se chiudo gli occhi la risposta più sensata che arriva é: per arrivare qui.

Moltissime volte passiamo giornate intere a rincorrere qualcosa, giornate che poi diventano settimane, e mesi, e anni.. Passiamo il tempo a rincorrere qualcosa e ci sentiamo in ritardo senza accorgerci che ciò che stiamo correndo per arrivare “qui”.

Basterebbe fermarci in quei momenti e invece siccome ci sentiamo in ritardo continuiamo a correre; perché ci hanno insegnato così, che se sei in ritardo corri. Oggi ho passato la giornata sentendomi in questo stato del “rincorrere”.

Mi trovo spesso a voler fare troppe cose ed ora che c’è una creaturina di 2 mesi nella mia vita il tempo sembra a volte scivolare via. E più scivola e più corro e rincorro..vorrei una casa più in ordine, prendermi più cura di me, fare più yoga, cucinare meglio, scrivere di più..ecco, più o meno sono queste le mie rincorse di questo momento.

E poi guardo lui, questo essere arrivato da così poco nella mia vita e che già amo immensamente; lo guardo e mi accorgo quanto sia inutile tutto quello che rincorro di fronte all’amore che sgorga ogni volta che i miei occhi si posano su di lui.

Chissenefrega se la casa é un casino, se il cesto dei vestiti da lavare straborda, se passo giornate intere senza pettinarmi i capelli e senza aprire il computer. Credo sia questa una delle grandi lezioni che questa nuova vita sia venuta a darmi: smettere di rincorrere le aspettative del “dovrei” e arrivare finalmente qui.

Essere madre è un viaggio

Da quando ho scoperto di essere incinta mi sono chiesta più volte se sarei stata una buona madre, a volte con dolcezza, a volte con durezza, soprattutto nei momenti più difficili della gravidanza. L’idea di non essere una buona madre è stato ed è forse il pensiero più doloroso tra i miliardi di pensieri nuovi degli ultimi 6 mesi e quando l’ho condiviso con alcune amiche, amici e con il mio compagno tutti mi hanno ovviamente rassicurata che si, sarei stata una buonissima madre, la migliore.

Fino a che un giorno chiamai in lacrime la mia amica A.: avevo passato tre giornate molto pesanti emotivamente e psicologicamente nelle quali io e M. ci eravamo confrontati e scontrati con alcune delle nostre paure più profonde. Io mi sentivo stanca, senza forze, stressata e totalmente in colpa per dare al mio bimbo un ambiente intorno così carico di dolore e rafficate di emozioni.
È stata quella sera di giugno che A., dopo avermi ascoltata con pazienza, mi ha semplicemente risposto “Io sono certa che il tuo bambino desidera una madre autentica, molto più che una madre perfetta”.
Poche parole, arrivate dritte al cuore.
Per la prima volta ho sentito nella pancia la potenza della parola “autenticità”.

Nell’oscillazione relativa tra buono e cattivo mi sono persa per anni, semplicemente perché ciò che è buono per alcuni è cattivo per altri, addirittura ciò che è stato buono per me in alcuni momenti, non lo è più stato in altri. Fino a che mi sono aspettata di essere una buona persona, e una buona madre, stavo di fatto scegliendo di essere limitata in questo scontro senza fine tra buono e cattivo. Logorante.
Ripenso a quanto siano stati faticosi tutti gli anni che ho passato a rincorrere la “perfezione”, da quando ero una bambina e cercavo la mia perfezione a scuola fino a ritrovarmi a 30 anni e scoprire che ero ancora dentro allo stesso gioco di rincorrere un modello che non solo non mi corrispondeva ma non mi faceva nemmeno felice.

Ho respirato in silenzio dopo che A. ha pronunciato quelle parole.
Mi sono sentita liberata.
Libera nell’accorgermi semplicemente che la mia autenticità non può essere contraddetta, se non da ma stessa. Perché quando siamo autentici non abbiamo possibilità di sbagliarci, potremo fare una scelta sbagliata forse..però la strada del perdono sarà sempre aperta.

Il viaggio della gravidanza è il viaggio più trasformativo che mi sia trovata a vivere fino a questo momento, mi mette a nudo ogni giorno che passa. Sarà per gli ormoni, sarà per una sensibilità più acuta, sarà che di fatto il mio corpo sta dando vita a una nuova creatura e credo sia inevitabile (ri)nascere insieme alla nuova vita che sto nutrendo in me.

La gravidanza è l’opportunità più potente che la natura regala a noi donne di ritrovarci pienamente, di permettere alla nostra vera natura di esprimersi insieme ed attraverso una nuova vita.
Così mi sono accorta che di fronte a questa inevitabilità possiamo scegliere se vogliamo vivere consapevolmente questa trasformazione, oppure subirla.
Scegliere la strada consapevole non è sempre facile, a volte è doloroso. Questa scelta mi sta portando nella profondità delle mie viscere e poi in alto nel cielo come fossi sulle montagne russe. Fa paura, a volte manca il respiro.
Eppure ciò che mi sta facendo scoprire del mio essere è il regalo più prezioso che l’universo mi abbia fatto, insieme alla vita che mi ha donato quando sono nata.

Oggi, mentre guardo le onde del mare infrangersi sulla spiaggia dal vetro del bar dove sono seduta, riconosco con commozione la gratitudine che provo verso questo bimbo che ha scelto me per nascere.
E mi sento onorata che la vita mi abbia scelto per la seconda volta.

Scegliere di dire sì alla vita

Per tutta la mia vita fino al giorno in cui ho scoperto di essere incinta avevo immaginato che sarei arrivata “preparata” a questo momento e soprattutto che ci sarei arrivata scegliendolo prima.
Sono sempre stata certa che avrei scelto di avere un bambino, quando sarebbe stato il “momento giusto”. Eppure quando ho scoperto di essere incinta il primo pensiero è stato: “Non sono pronta, non è questo il momento giusto”. Sono stati giorni intensi quelli che hanno seguito questo momento, tutto il mio sistema era sottosopra, come se si stesse completamente resettando. La mia vita stava cambiando e soprattutto stava cambiando in maniera imprevista ed imprevedibile. Una parte di me si rifiutava e ribellava a questo cambio, lottando con un’altra parte di me che veniva guidata da una certa “etica” per cui non era contemplabile pensare di dire no a questa gravidanza. Questa lotta non mi dava tregua, giorno e notte, fino a quando in mezzo a queste due parti ne è comparsa una terza, una parte dai lineamenti dolci che mi ha liberato del “devo” e mi ha fatto fare pace con la libertà di scelta. Potevo anche scegliere, avevo questa libertà ed ero degna di amore anche se avessi scelto di dire no. È stato quando non mi sono più vergognata di ammettere questa possibilità (ed anzi mi sono amata anche in quella opzione) che in modo prepotente, una mattina di marzo sull’isola di Koh Phangan, ho compreso che la vita mi aveva scelta e che se questo era avvenuto ora, ora era certamente il momento giusto. Potevo solo scegliere se rispondere con un si o con un no a questo invito. In quel momento un senso di pace mi ha avvolto ed io non ho più avuto dubbi. Quello è stato il giorno che ho compreso che ogni momento può essere quello giusto, che non lo sappiamo prima e che l’unica cosa che siamo davvero libere di fare è accettare o rifiutare ciò che la vita porta a noi, lasciando andare ogni forma di controllo. Dopo anni di ricerca della libertà in ciò che facevo mi sono arresa alla semplicità della libertà più pura e potente, quella di affidarsi senza resistenze al flusso naturale della vita.

Il giorno prima

Ricordo sulla pelle quel pomeriggio di settembre, il giorno prima della mia partenza da Milano. Stavo andando a salutare la mia amica Anni, meno di 24 ore e sarei partita con in mano due biglietti aerei, nessuno dei due di ritorno. Sapevo che sarei tornata 6 mesi dopo ma non sapevo da dove e soprattutto non sapevo se quei 6 mesi erano un “esattamente” o più un “circa”. Camminavo per via Giordano Bruno, sentivo i miei passi sul cemento un po’ liquido e ascoltavo quel silenzio della città svuotata, un silenzio tra il pacifico e malinconico. Anche io mi sentivo così: pacifica e malinconica. Un po’ spaventata anche. Ricordo quel saluto con Anni, aveva l’aria di un “arrivederci a presto” che celava una benedizione reciproca fatta di sguardi più che di parole, a noi che proseguivano nei nostri viaggi le cui strade si dividevano. Mentre percorrevo la quasi stessa strada al contrario per tornare a casa risuonava dentro di me l’eco di quella benedizione. Poi di colpo, come il rimbombo di un elicottero che si avvicina, ho sentito un’ondata di pianto che mi ha raggiunta e percorsa: qualche singhiozzo forte e poi l’elicottero si è allontanato, lasciando quello stesso silenzio di prima, ora un po’ più pacifico e un po’ meno malinconico. Sapevo che sarei tornata in quegli stessi luoghi, eppure qualcosa dentro mi diceva che non sarei più tornata a quello che stavo lasciando. Quella sera, prima di dormire, ricordo che dandomi la buonanotte mi sembrava di stare dando un addio alla me di quel momento e alla mia vita così come era stata fino ad allora. Sapevo che sarei tornata in quella città, in quella casa e sapevo che non sarebbero più state uguali. Nel profondo sapevo soprattutto che io non sarei più stata quella Franci che poche ore dopo sarebbe decollata.

La vita c’è anche quando non si vede

Uscire di casa, prendere la macchina, guidare per raggiungere un bosco. Ritrovare il silenzio rumoroso della natura, quello che mi fa girare di colpo ogni dieci passi perchè qualcosa mi ha sfiorata..eppure gli occhi non lo vedono. Ricordarmi il suono che fa una foglia quando cade..camminare permettendomi di scegliere ad ogni bivio con la tranquillità che comunque andrà sarà la scelta giusta, comunque andrà vedrò qualcosa di stupefacente che non mi aspettavo. E pensare che se solo fossi capace di vivere ogni giorno della vita con questa sensazione sarebbe tutto più semplice. Nel bosco non ti perdi mai davvero; perdersi al massimo significa vedere posti che non immaginavi esistessero. Nel bosco puoi allenare i tuoi sensi a scegliere per te: le tue mani a sentire, i tuoi occhi a vedere il nascosto, le tue orecchie ad ascoltare il silenzio e il tuo intuito a decidere il prossimo passo. Essere chiamata da una foglia secca ancora attaccata ad un ramo e scoprire che dietro di lei c’è già una gemma nuova che sta spuntando..e ricordarmi che la vita c’è sempre, anche quando non si vede. E’ rassicurante. Lasciare che un albero mi abbracci quando mi sento sconfitta dalla nottata appena passata. E realizzare che sentirsi sconfitti è sempre l’inizio di qualcosa di bello perché finalmente ci si arrende e ci si permette di affidarsi: in quell’istante si inizia a sentire che quella non è la sconfitta ma la vera vittoria. Possiamo continuare ad accusare qualcuno di quello che noi non stiamo facendo, di quello che ci manca per essere felici, della scelta che non abbiamo ancora preso per essere la persona che siamo. Possiamo continuare a provare rancore per quell’abbraccio mai ricevuto, per quella spalla che non ci ha sostenuto, per quella telefonata che non è arrivata, per quel ‘grazie’ che non abbiamo avuto, per quel ‘mi spiace, perdonami’ che ci avrebbe reso liberi. Possiamo continuare ad aspettare. Oppure possiamo scegliere di perdonare e di perdonarci, di prenderci la responsabilità della nostra vita e nascere. Affidarci. Affidiamoci alla spinta, non aggrapparci al buio che ci circonda e lasciamoci andare, permettiamoci di diventare noi. La vita c’è anche quando non si vede e noi siamo destinati a succedere. Questo è il vero successo.

Best version of me (?)

“Today I will be the best version of me”.

Quando l’ho letta la prima volta, per non dimenticarla, l’ho messa come status di uno dei miei N profili digitali online. Risultato: non ho la più pallida idea di dove risulti pubblicata ora, ma la frase la ricordo bene. Mentre guardo l’oceano davanti a me la ricordo un po’ meglio del solito, alla fine di una giornata densa di emozioni forti, a tratti violente, un po’ come le raffiche di vento a 40 nodi di due giorni fa. Oggi è uno di quei giorni in cui in maniera del tutto inaspettata è esploso uno dei muri che con cura mi è capitato di costruire in qualche momento della mia vita, in qualche luogo dentro di me, più o meno tra lo stomaco e la pancia. Oggi è esploso. E il paesaggio che mi sono trovata davanti all’improvviso era tutt’altro che affascinante. Il primo istinto era quello di buttarmi sotto la sabbia per non guardare. Ma ho continuato a guardare, pietrificata, guardavo. C’era un mondo li dentro. Era una voragine, era nera, era desolata. Era terrorizante. Ed è stato quando mi veniva da vomitare dalle vertigini, guardando quel paesaggio che mi cercava di inghiottire, che ho capito che quella non era una cosa che mi faceva paura..quella era la mia paura. Ed in questo stato per quanto provassi ad essere la versione migliore di me, il pensiero che mi tartassava era: “Posso essere la versione migliore di me vedendo dentro di me questa cosa spaventosa?” Ho camminato, tanto. Ho chiamato la mia amica Anni, lei mi ha detto: “Metti i piedi nell’oceano e vedrai che ti arriverà una risposta.” I piedi nell’oceano non li ho messi, ma mi ci sono seduta molto vicina e lo guardavo. E mentre lo guardavo, l’oceano si è trasformato nella voragine nera..ho chiuso gli occhi e mi sono lasciata inghiottire. Ho viaggiato in quel nero, ho nuotato, giù..sempre più giù. Nuotavo nella mia paura, e più scendevo e più il paesaggio diventava tutt’altro che spaventoso. Non c’era nulla di cui avere paura. Era acqua, era vita. C’era un sacco di vita li sotto. E io nuotavo, in mezzo a un mondo di forme e luci. E poi sono arrivata sul fondo, e li..ad aspettarmi c’era il mio tesoro, la mia stella che ad un tratto ha illuminato tutto. Ho riaperto gli occhi. L’oceano era ancora li a guardarmi, non era più nero ma illuminato dal sole. “Nonostante le mie ombre e le mie ferite, scelgo la vita”, questo mantra ascoltato mesi fa è entrato nelle mie orecchie di colpo come un tuono. Essere la versione migliore di noi sembra essere un’impresa impossibile quando una vecchia ferita si riapre. Perdonare chi ci ha ferito non è sempre facile. Perdonare noi stessi lo è ancora meno. Però possiamo scegliere. Possiamo scegliere di amarci: anche quando non riusciamo a perdonare, anche quando non ci siamo perdonati, anche quando non siamo la versione migliore di noi. Possiamo scegliere la vita, anche con le nostre ombre e le nostre ferite, perchè a volte è proprio lì che si nasconde il nostro tesoro più grande.

Chi fa un viaggio rischia di arrivare

La voglia di allontanarmi dalla mia città per vedere le cose da lontano, un viaggio verso una terra verde in mezzo all’Italia.

Era maggio 2013 e io lasciavo Milano, casa mia, un progetto di lavoro fallito e un amore che non aveva funzionato.

È stato l’inizio di un anno e mezzo di movimento, di tentativi, di riprese e di brusche frenate. Un anno e mezzo fatto di 5 trasferimenti di casa in 3 città diverse.

Cosa succede quando, in 18 mesi, cambi 5 case e 3 città?

1. Butti via un sacco di cose, rimani con l’essenziale.
2. Impari a sviluppare un sesto senso per le relazioni che ti fanno sentire bene.
3. Apprezzi il dettaglio nella cura di un luogo, quel dettaglio che ti fa dire: sono a casa, anche se abiti li da 3 giorni.
4. Impari a viaggiare leggero e scopri che c’è una sola cosa di cui non devi mai dimenticarti mentre ti muovi: tu.
5. Impari che gli incontri che ti cambiano profondamente sono senza tempo: a volte durano 5 minuti, a volte una vita intera.

Ma la cosa più importante che succede, o almeno è successa a me, è che arriva un punto in cui niente ti lega più a qualcuno o qualcosa, in cui non ci sono più punti di riferimento intorno e la testa inizia a girare.

Ed è in quel preciso momento, quando non vedi più il tracciato su cui fare il prossimo passo, che ti puoi accorgere di essere in realtà al centro di infinite possibilità.

Qui io ho iniziato davvero a scegliere liberamente.

In quel momento la nebbia si è iniziata a diradare e di fronte a me un poco alla volta ho intravisto lo specchio in cui poteva riflettersi la vera immagine di chi sono.