Scegliere di dire sì alla vita

Per tutta la mia vita fino al giorno in cui ho scoperto di essere incinta avevo immaginato che sarei arrivata “preparata” a questo momento e soprattutto che ci sarei arrivata scegliendolo prima.
Sono sempre stata certa che avrei scelto di avere un bambino, quando sarebbe stato il “momento giusto”. Eppure quando ho scoperto di essere incinta il primo pensiero è stato: “Non sono pronta, non è questo il momento giusto”. Sono stati giorni intensi quelli che hanno seguito questo momento, tutto il mio sistema era sottosopra, come se si stesse completamente resettando. La mia vita stava cambiando e soprattutto stava cambiando in maniera imprevista ed imprevedibile. Una parte di me si rifiutava e ribellava a questo cambio, lottando con un’altra parte di me che veniva guidata da una certa “etica” per cui non era contemplabile pensare di dire no a questa gravidanza. Questa lotta non mi dava tregua, giorno e notte, fino a quando in mezzo a queste due parti ne è comparsa una terza, una parte dai lineamenti dolci che mi ha liberato del “devo” e mi ha fatto fare pace con la libertà di scelta. Potevo anche scegliere, avevo questa libertà ed ero degna di amore anche se avessi scelto di dire no. È stato quando non mi sono più vergognata di ammettere questa possibilità (ed anzi mi sono amata anche in quella opzione) che in modo prepotente, una mattina di marzo sull’isola di Koh Phangan, ho compreso che la vita mi aveva scelta e che se questo era avvenuto ora, ora era certamente il momento giusto. Potevo solo scegliere se rispondere con un si o con un no a questo invito. In quel momento un senso di pace mi ha avvolto ed io non ho più avuto dubbi. Quello è stato il giorno che ho compreso che ogni momento può essere quello giusto, che non lo sappiamo prima e che l’unica cosa che siamo davvero libere di fare è accettare o rifiutare ciò che la vita porta a noi, lasciando andare ogni forma di controllo. Dopo anni di ricerca della libertà in ciò che facevo mi sono arresa alla semplicità della libertà più pura e potente, quella di affidarsi senza resistenze al flusso naturale della vita.

Il giorno prima

Ricordo sulla pelle quel pomeriggio di settembre, il giorno prima della mia partenza da Milano. Stavo andando a salutare la mia amica Anni, meno di 24 ore e sarei partita con in mano due biglietti aerei, nessuno dei due di ritorno. Sapevo che sarei tornata 6 mesi dopo ma non sapevo da dove e soprattutto non sapevo se quei 6 mesi erano un “esattamente” o più un “circa”. Camminavo per via Giordano Bruno, sentivo i miei passi sul cemento un po’ liquido e ascoltavo quel silenzio della città svuotata, un silenzio tra il pacifico e malinconico. Anche io mi sentivo così: pacifica e malinconica. Un po’ spaventata anche. Ricordo quel saluto con Anni, aveva l’aria di un “arrivederci a presto” che celava una benedizione reciproca fatta di sguardi più che di parole, a noi che proseguivano nei nostri viaggi le cui strade si dividevano. Mentre percorrevo la quasi stessa strada al contrario per tornare a casa risuonava dentro di me l’eco di quella benedizione. Poi di colpo, come il rimbombo di un elicottero che si avvicina, ho sentito un’ondata di pianto che mi ha raggiunta e percorsa: qualche singhiozzo forte e poi l’elicottero si è allontanato, lasciando quello stesso silenzio di prima, ora un po’ più pacifico e un po’ meno malinconico. Sapevo che sarei tornata in quegli stessi luoghi, eppure qualcosa dentro mi diceva che non sarei più tornata a quello che stavo lasciando. Quella sera, prima di dormire, ricordo che dandomi la buonanotte mi sembrava di stare dando un addio alla me di quel momento e alla mia vita così come era stata fino ad allora. Sapevo che sarei tornata in quella città, in quella casa e sapevo che non sarebbero più state uguali. Nel profondo sapevo soprattutto che io non sarei più stata quella Franci che poche ore dopo sarebbe decollata.

La vita c’è anche quando non si vede

Uscire di casa, prendere la macchina, guidare per raggiungere un bosco. Ritrovare il silenzio rumoroso della natura, quello che mi fa girare di colpo ogni dieci passi perchè qualcosa mi ha sfiorata..eppure gli occhi non lo vedono. Ricordarmi il suono che fa una foglia quando cade..camminare permettendomi di scegliere ad ogni bivio con la tranquillità che comunque andrà sarà la scelta giusta, comunque andrà vedrò qualcosa di stupefacente che non mi aspettavo. E pensare che se solo fossi capace di vivere ogni giorno della vita con questa sensazione sarebbe tutto più semplice. Nel bosco non ti perdi mai davvero; perdersi al massimo significa vedere posti che non immaginavi esistessero. Nel bosco puoi allenare i tuoi sensi a scegliere per te: le tue mani a sentire, i tuoi occhi a vedere il nascosto, le tue orecchie ad ascoltare il silenzio e il tuo intuito a decidere il prossimo passo. Essere chiamata da una foglia secca ancora attaccata ad un ramo e scoprire che dietro di lei c’è già una gemma nuova che sta spuntando..e ricordarmi che la vita c’è sempre, anche quando non si vede. E’ rassicurante. Lasciare che un albero mi abbracci quando mi sento sconfitta dalla nottata appena passata. E realizzare che sentirsi sconfitti è sempre l’inizio di qualcosa di bello perché finalmente ci si arrende e ci si permette di affidarsi: in quell’istante si inizia a sentire che quella non è la sconfitta ma la vera vittoria. Possiamo continuare ad accusare qualcuno di quello che noi non stiamo facendo, di quello che ci manca per essere felici, della scelta che non abbiamo ancora preso per essere la persona che siamo. Possiamo continuare a provare rancore per quell’abbraccio mai ricevuto, per quella spalla che non ci ha sostenuto, per quella telefonata che non è arrivata, per quel ‘grazie’ che non abbiamo avuto, per quel ‘mi spiace, perdonami’ che ci avrebbe reso liberi. Possiamo continuare ad aspettare. Oppure possiamo scegliere di perdonare e di perdonarci, di prenderci la responsabilità della nostra vita e nascere. Affidarci. Affidiamoci alla spinta, non aggrapparci al buio che ci circonda e lasciamoci andare, permettiamoci di diventare noi. La vita c’è anche quando non si vede e noi siamo destinati a succedere. Questo è il vero successo.

Best version of me (?)

“Today I will be the best version of me”.

Quando l’ho letta la prima volta, per non dimenticarla, l’ho messa come status di uno dei miei N profili digitali online. Risultato: non ho la più pallida idea di dove risulti pubblicata ora, ma la frase la ricordo bene. Mentre guardo l’oceano davanti a me la ricordo un po’ meglio del solito, alla fine di una giornata densa di emozioni forti, a tratti violente, un po’ come le raffiche di vento a 40 nodi di due giorni fa. Oggi è uno di quei giorni in cui in maniera del tutto inaspettata è esploso uno dei muri che con cura mi è capitato di costruire in qualche momento della mia vita, in qualche luogo dentro di me, più o meno tra lo stomaco e la pancia. Oggi è esploso. E il paesaggio che mi sono trovata davanti all’improvviso era tutt’altro che affascinante. Il primo istinto era quello di buttarmi sotto la sabbia per non guardare. Ma ho continuato a guardare, pietrificata, guardavo. C’era un mondo li dentro. Era una voragine, era nera, era desolata. Era terrorizante. Ed è stato quando mi veniva da vomitare dalle vertigini, guardando quel paesaggio che mi cercava di inghiottire, che ho capito che quella non era una cosa che mi faceva paura..quella era la mia paura. Ed in questo stato per quanto provassi ad essere la versione migliore di me, il pensiero che mi tartassava era: “Posso essere la versione migliore di me vedendo dentro di me questa cosa spaventosa?” Ho camminato, tanto. Ho chiamato la mia amica Anni, lei mi ha detto: “Metti i piedi nell’oceano e vedrai che ti arriverà una risposta.” I piedi nell’oceano non li ho messi, ma mi ci sono seduta molto vicina e lo guardavo. E mentre lo guardavo, l’oceano si è trasformato nella voragine nera..ho chiuso gli occhi e mi sono lasciata inghiottire. Ho viaggiato in quel nero, ho nuotato, giù..sempre più giù. Nuotavo nella mia paura, e più scendevo e più il paesaggio diventava tutt’altro che spaventoso. Non c’era nulla di cui avere paura. Era acqua, era vita. C’era un sacco di vita li sotto. E io nuotavo, in mezzo a un mondo di forme e luci. E poi sono arrivata sul fondo, e li..ad aspettarmi c’era il mio tesoro, la mia stella che ad un tratto ha illuminato tutto. Ho riaperto gli occhi. L’oceano era ancora li a guardarmi, non era più nero ma illuminato dal sole. “Nonostante le mie ombre e le mie ferite, scelgo la vita”, questo mantra ascoltato mesi fa è entrato nelle mie orecchie di colpo come un tuono. Essere la versione migliore di noi sembra essere un’impresa impossibile quando una vecchia ferita si riapre. Perdonare chi ci ha ferito non è sempre facile. Perdonare noi stessi lo è ancora meno. Però possiamo scegliere. Possiamo scegliere di amarci: anche quando non riusciamo a perdonare, anche quando non ci siamo perdonati, anche quando non siamo la versione migliore di noi. Possiamo scegliere la vita, anche con le nostre ombre e le nostre ferite, perchè a volte è proprio lì che si nasconde il nostro tesoro più grande.

Chi fa un viaggio rischia di arrivare

La voglia di allontanarmi dalla mia città per vedere le cose da lontano, un viaggio verso una terra verde in mezzo all’Italia.

Era maggio 2013 e io lasciavo Milano, casa mia, un progetto di lavoro fallito e un amore che non aveva funzionato.

È stato l’inizio di un anno e mezzo di movimento, di tentativi, di riprese e di brusche frenate. Un anno e mezzo fatto di 5 trasferimenti di casa in 3 città diverse.

Cosa succede quando, in 18 mesi, cambi 5 case e 3 città?

1. Butti via un sacco di cose, rimani con l’essenziale.
2. Impari a sviluppare un sesto senso per le relazioni che ti fanno sentire bene.
3. Apprezzi il dettaglio nella cura di un luogo, quel dettaglio che ti fa dire: sono a casa, anche se abiti li da 3 giorni.
4. Impari a viaggiare leggero e scopri che c’è una sola cosa di cui non devi mai dimenticarti mentre ti muovi: tu.
5. Impari che gli incontri che ti cambiano profondamente sono senza tempo: a volte durano 5 minuti, a volte una vita intera.

Ma la cosa più importante che succede, o almeno è successa a me, è che arriva un punto in cui niente ti lega più a qualcuno o qualcosa, in cui non ci sono più punti di riferimento intorno e la testa inizia a girare.

Ed è in quel preciso momento, quando non vedi più il tracciato su cui fare il prossimo passo, che ti puoi accorgere di essere in realtà al centro di infinite possibilità.

Qui io ho iniziato davvero a scegliere liberamente.

In quel momento la nebbia si è iniziata a diradare e di fronte a me un poco alla volta ho intravisto lo specchio in cui poteva riflettersi la vera immagine di chi sono.