Il giorno prima

Ricordo sulla pelle quel pomeriggio di settembre, il giorno prima della mia partenza da Milano. Stavo andando a salutare la mia amica Anni, meno di 24 ore e sarei partita con in mano due biglietti aerei, nessuno dei due di ritorno. Sapevo che sarei tornata 6 mesi dopo ma non sapevo da dove e soprattutto non sapevo se quei 6 mesi erano un “esattamente” o più un “circa”. Camminavo per via Giordano Bruno, sentivo i miei passi sul cemento un po’ liquido e ascoltavo quel silenzio della città svuotata, un silenzio tra il pacifico e malinconico. Anche io mi sentivo così: pacifica e malinconica. Un po’ spaventata anche. Ricordo quel saluto con Anni, aveva l’aria di un “arrivederci a presto” che celava una benedizione reciproca fatta di sguardi più che di parole, a noi che proseguivano nei nostri viaggi le cui strade si dividevano. Mentre percorrevo la quasi stessa strada al contrario per tornare a casa risuonava dentro di me l’eco di quella benedizione. Poi di colpo, come il rimbombo di un elicottero che si avvicina, ho sentito un’ondata di pianto che mi ha raggiunta e percorsa: qualche singhiozzo forte e poi l’elicottero si è allontanato, lasciando quello stesso silenzio di prima, ora un po’ più pacifico e un po’ meno malinconico. Sapevo che sarei tornata in quegli stessi luoghi, eppure qualcosa dentro mi diceva che non sarei più tornata a quello che stavo lasciando. Quella sera, prima di dormire, ricordo che dandomi la buonanotte mi sembrava di stare dando un addio alla me di quel momento e alla mia vita così come era stata fino ad allora. Sapevo che sarei tornata in quella città, in quella casa e sapevo che non sarebbero più state uguali. Nel profondo sapevo soprattutto che io non sarei più stata quella Franci che poche ore dopo sarebbe decollata.